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La Cala del Leone

Il cielo in frigo

Il cielo in frigo

Sul finire degli anni Cinquanta, alcuni frigoriferi pregiati, perlopiù di colore bianco, avevano porte leggermente bombate. Le loro morbide linee indussero a pensare che le aziende produttrici avessero voluto darne un’immagine bella e rassicurante: una visione premonitrice dell’opulenza che il decennio successivo avrebbe vissuto.

Nelle cucine delle famiglie più abbienti trovavano spazio alti parallelepipedi, pieni di provviste alimentari, che lasciavano intuire frequenti ispezioni giornaliere.

In quegli anni, in un quartiere a ridosso del porto abitava una bambina di nome Pinuccia. Sei anni non ancora compiuti, l’età del gioco, ma lei, introversa e schiva, non amava giocare, nonostante avesse a disposizione i giocattoli che i genitori, sebbene di condizioni economiche modeste, talvolta erano felici di comprarle.

Pinuccia conduceva un’esistenza umile, ma decorosa: la vita di tanti bambini nati dalla “generazione della guerra”, che ha conosciuto la guerra, pur non avendola combattuta, attraverso tante paure e privazioni, sempre animata da spirito di sacrificio e adattamento non comuni.

Il padre e la madre si erano sposati all’inizio degli anni Cinquanta e, a causa della penuria di alloggi, non disponendo di molto denaro, avevano dovuto arrangiarsi in un monolocale scarsamente illuminato e umido, perciò lei, a volte, preferiva stare fuori, in quella via percorsa da poche auto, dove le bastava poter guardare qualche spazio di cielo.

Al mattino, le strade erano un via vai di conoscenti che si fermavano a parlare del più e del meno, come in un confortevole salotto all’aperto. Il loro momento magico però arrivava puntuale, ogni settembre, durante la festa di Piedigrotta, quando, disseminate di bancarelle zeppe di fichi d’india e con i carri allegorici coloratissimi che sfilavano lungo il corso, a suon di musica, richiamavano decine e decine di abitanti dall’intero rione.

Molto più avanti negli anni, Pinuccia avrebbe compreso che quelle strade, erano state, forse, la sua vera scuola. Un bagaglio ricco di suoni e colori, dal quale aveva attinto, inconsciamente, il buono di sé.

Ogni tanto, lei e sua madre si recavano nel quartiere Chiaia. Ci andavano con il grosso filobus verde scuro che percorreva le vie del mare, dove l’aria aveva una fissità che predisponeva alla malinconia e i raggi solari si dissolvevano, in preziosi giochi di specchi, su scenari inavvicinabili di pescatori, balie alle prese coi pargoli nella Villa comunale, giostre luccicanti. Da qualche finestrino aperto entravano corti riverberi di luce e un odore vago di salsedine.

A Chiaia si andava perché la madre di Pinuccia, volendo racimolare qualche migliaio di lire in più ogni mese e, risultata vana la ricerca di un lavoro vicino casa, aveva accettato volentieri di fare la domestica, tre volte a settimana, presso un’agiata famiglia di quel quartiere così distante. Non conosceva nessuno che potesse badare alla bambina in sua assenza, così aveva chiesto e ottenuto dalla “signora” il permesso di portarla con sé. Di primo mattino, nelle orecchie di Pinuccia risuonava la frase solita: “Non farmi fare brutte figure, mi raccomando! Quando arriviamo, mettiti in un angolo e gioca con le tue pentoline.” Il tono di voce cambiava a seconda che la donna era più o meno nervosa.

Dopo averla lavata, pettinata e vestita come una bambola da esporre, con i fiocchi di raso rosso lucido nei capelli, s’incamminavano alla fermata del filobus. Pinuccia le stringeva la mano, ma non avrebbe voluto. Avrebbe preferito rimanere in quella culla che erano le voci dei venditori ambulanti del suo rione, miste a un profumo di spezie e agrumi, ma non poteva.

Oltrepassate le vie del mare, si giungeva nel rione Chiaia, attraverso percorsi, alcune volte larghi, altre più angusti. Nel cuore del quartiere, palazzotti odorosi dei più svariati profumi costeggiavano i marciapiedi e, in molti di essi, si intravedevano piante e piantine, fresche di innaffio.

In uno di quegli androni, lei e la madre entravano sempre senza esitazione perché il portiere, in divisa scura e con sulle labbra un sorriso, alla loro vista, annuiva, chinando solo un poco il capo: era il suo “passi”, silenzioso e garbato, che infondeva a Pinuccia sollievo e disagio assieme.

C’era un ascensore, ma “vietato agli estranei”, perciò salivano attraverso una scalinata di servizio in marmo, quasi cilindrica, con incastonati finestroni alti e luminosi che favorivano la vista del vissuto nel sottostante cortile.

La casa aveva due ingressi. Si entrava da quello secondario che dava subito nella cucina, quadrata e ampia.

Fu proprio lì che Pinuccia scoprì, la prima volta, quel parallelepipedo bianchissimo e lucido.

“Siediti là, vicino al balcone. Gioca!” era l’incitamento pronunciato dalla madre sottovoce, ma con insistenza.

Lei si sedeva, mentre la donna cominciava ad armeggiare fra la credenza e i fornelli, ma il rumore delle pentole appoggiate sui fuochi non riusciva a distogliere il suo sguardo dalla grande forma bianca.

Era intimorita, ma al tempo stesso affascinata da quel mobile diverso dagli altri. Lo guardava e pensava fra sé che, facendo parte della cucina, prima o poi, la mamma lo avrebbe aperto, mostrando il suo interno. Attenta a non perdere nessuno dei suoi movimenti, rimaneva in attesa.

Di colpo, invece, arrivava quell’esortazione ad andare a giocare fuori alla prospiciente veranda e lo perdeva definitivamente di vista, fino alla fine dell’orario di servizio, quando, con nell’animo un miscuglio di scontentezza e delusione, dovevano andare via. Una volta, accortasi che la figlia lo fissava con uno sguardo trasognato, le disse: “Fra non molto ce lo compriamo, Pinù!”

Seguirono, identici, molti di quei tragitti, senza che lei riuscisse a soddisfare la sua curiosità perché la madre, appena entrate nel vano cucina, la faceva subito uscire sul balcone veranda, dove la luce del sole riflessa sui vetri consentiva una scarsa visuale dell’interno.

Un giorno, la bambina si svegliò con una forte alterazione febbrile e il naso che le colava. La madre le spalmò sul petto un unguento profumato e le fece bere una tazza di latte, quasi bollente. Il problema era chi avrebbe potuto prendersi cura della figlia in sua assenza. A un tratto, si ricordò della signora Nunzia, una persona davvero speciale che abitava poco distante, con la quale aveva fatto subito amicizia, anni addietro, quando era venuta ad abitare nel quartiere. Era certa che, per una volta, non le avrebbe negato il favore.

“Non ti muovere, non scoprirti. Torno fra poco” le raccomandò e corse a chiamare la vicina.

Pinuccia era rimasta da sola, sotto le coperte talmente tese da lasciarle pochissima libertà di movimento. Gli occhi però, sebbene doloranti, poteva indirizzarli verso il soffitto, o su tutti gli altri muri della piccola stanza.

All’improvviso, le apparve! Sulla parete alla sua sinistra, il voluttuoso parallelepipedo, bianco e panciuto, era aperto, spalancato addirittura. Il suo interno, in plastica, irradiava una straordinaria luce azzurra: identica al colore degli scampoli di cielo che vedeva sul profilo dei palazzi vicino casa. Erano trasparenze, come di scrigni preziosi.

“Fra pochi anni mi potrai anche toccare, ogni volta che vorrai” gli sentì dire.

Ebbe una sensazione di caldo e freddo assieme. Era stregata da quei bagliori, ma provava anche un grande senso di quiete. Pensò che al rientro della madre non le avrebbe detto della visione: Era meglio tenerla solo per sé, in mente.

Nel delirio della febbre, aveva appagato il suo desiderio. 

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