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In quello strano periodo della nostra vita che è l’adolescenza, viviamo dentro di noi delle sensazioni contrastanti, apparentemente inconciliabili le une con le altre: una perenne insicurezza in noi stessi accompagnata dalla continua ricerca del consenso da parte degli altri, e un incomprensibile egocentrismo, che ci fa credere di essere al centro dell’universo e sempre all’attenzione dello sguardo altrui, che anzi stimoliamo e cerchiamo di attrarre. Questi sentimenti non sono altro che la ricerca del nostro posto nel mondo, cosa che ci porta a dare importanza alle più immani sciocchezze e ad attribuire scarsa importanza a questioni di vitale importanza per il nostro futuro e il nostro benessere, come lo studio e la famiglia.

Anch’io ho attraversato questa fase più o meno lunga della vita convinto che, senza apparenti sforzi da parte mia, le circostanze quotidiane mi avrebbero portato ad uno stato più elevato, migliore, di ciò che ero: come un tronco d’albero inerte, il fiume mi avrebbe condotto fino al mare ampio e sconfinato del futuro, senza che io potessi influire granché, se non accelerandone o ritardandone il corso, ma in misura molto limitata.

La fine dell’adolescenza, segnatamente il passaggio all’Università, ha spazzato via queste ridicole convinzioni in maniera rapida e netta, con l’effetto di uno schiaffo assestato in pieno viso, lasciandomi ancora più confuso sul mio posto e sul mio ruolo nel mondo. Avevo così aperto gli occhi, accorgendomi di non avere alcun particolare talento, ovvero quella capacità di svolgere delle attività in maniera eccellente senza particolare sforzo, fatica e studio preparatorio. Non ero più un adolescente egocentrico, iniziavo a guardare gli altri attorno a me per cercare di capire se la mia condizione fosse più vicina alla rarità che alla regola. Scoprire che i talenti rappresentano una qualità difficile da trovare nelle persone fu per me una scoperta rassicurante, ma allo stesso tempo portatrice di ulteriori interrogativi, uno in particolare: come fanno questi uomini e queste donne, uguali in molti aspetti al sottoscritto, a elevarsi rispetto alla mediocrità cui sembriamo destinati? Iniziai a capire che durante un certo periodo della mia vita, anziché portarmi in avanti, il fiume mi tirava all’indietro, a uno stadio regressivo, grazie alla corrente dell’apatia e dell’abitudine. Cominciai allora a immaginarmi dove mi avrebbe portato la corrente, e mi spaventai.

Presi a fissare dei piccoli obiettivi, sufficienti per consentirmi una lenta ma continua risalita della corrente. Quelli raggiunti a poco a poco mi consentirono di fissarne altri, sempre più complicati. Di conseguenza arrivò anche qualche caduta, ma a quel punto avevo già sviluppato qualche anticorpo agli incidenti di percorso. Capii che, più che del talento, avevo bisogno di dare continuità alla motivazione e nutrirla con il lavoro, ogni giorno, costruendo così il mio carattere. Lasciai indietro la persona insicura e apatica che ero e mi accorsi di poter raggiungere qualsiasi obiettivo mi prefiggessi, o meglio, capii che avrei potuto sempre provarci e impegnarmi per averlo a portata. Ho così imparato che la strada da fare è molto più bella di quella già fatta, anche se meno rassicurante, e che il fallimento è veramente tale solo se ci si abbandona all’idea di non provarci.

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