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I leoni di Sicilia

I leoni di Sicilia

Qualche giorno fa, nella sala di attesa del carcere sull’Isola di Tufo, dove è detenuto, Erri ha per caso incontrato Vittorio, un uomo a cui è molto legato. Ha circa il doppio della sua età e negli anni di militanza appartenevano allo stesso gruppo anarchico de “I leoni di Sicilia”. Vittorio da buon padre gli ha ripetuto con voce rasserenante “Non ti preoccupare Erri, qualcosa resta, resta sempre. Non ti preoccupare, continua che qualcosa resta”. Il ragazzo gli aveva chiesto quasi ingenuamente se fosse giusto avere ancora tutta questa costanza nel proseguire in quello che più gli stava a cuore, cioè parlare con le persone, confrontarsi, crescere, per costruire un mondo migliore.

Il partito della nuova oligarchia aveva vinto le ultime elezioni e più che mai sentiva dentro di sé il disagio di vivere in una generazione senza ideale, che lo aveva abbandonato.

A seguito di quell’incontro, Erri decise di continuare la lotta, inviando a centinaia tra i suoi conoscenti, una lettera contenente lo stesso testo.

Sono passati giorni, stagioni e come il tempo e le foglie sono passati amici, incontri, occasioni, parole. Tutto passa come le vele di una regata che sfila all’orizzonte, poi, arriva per me il giro di boa e scrivo. Rifletto sulla scia che ho lasciato alle mie spalle, osservo con la coda dell’occhio la schiuma bianca che si dissolve in lontananza. Ripercorro la stessa strada nel senso di marcia contrario, magari potessi andare a ritroso con la consapevolezza di oggi. Beh, questa è una frase che sento spesso dire dai più vecchi, e mi fa una certa tristezza. Mi rendo conto che a scriverla mi suona stonata, potrei definirlo un inciampo di penna. Non ho mai sperato di tornare indietro, la strada che ho percorso e le scelte che ho fatto mi hanno portato qui, oggi, ad essere quello che sono. Non è un vanto, solo una verità.

Guardarsi indietro, ripercorrere i propri passi però no, non mi fa essere triste o meglio non è una tristezza senza speranza e senza futuro. E allora osservando la vecchia traiettoria, mi saltano all’occhio quell’insieme di cose che potrei definire bagaglio, esperienza. In cosa sono riuscito? In cosa ho mancato? Hanno pari importanza. Ho avuto costanza? Non lo so, o come direbbe il testo di una canzone a me cara “non lo so mai”. Ho provato diversi lavori, diversi amori, ho iniziato un romanzo e dieci racconti poi finiti in polvere, tantissime passioni seminate e mai curate abbastanza, mai con costanza. Ho giustificato questo mio modo di essere, come una cosa insita in me. L’ho combattuto questo mio modo di essere, come un nemico in me. Insomma tra una guerra e una pacificazione, non ne sono ancora venuto a capo, ma in fondo credo che no, non ne ho mai avuta.

Se penso alla costanza come alla capacità di scalare una montagna e raggiungerne la cima direi che mi sono sempre limitato a completare il percorso a metà. Lungo la parete di roccia ho sempre incontrato qualcosa che ha attirato la mia attenzione al punto da farmi abbandonare il progetto per cui ero partito, aprendomi nuove destinazioni. (Posso garantire che la scalata orizzontale è ben più coraggiosa.)

Ma non averne è sempre un male? In una società in cui conta il risultato, credo proprio di sì. E allora mi trovo, alla soglia dei trent’anni, spalle al muro. Ma ho salute, pochi mesi da scontare e l’età ancora dalla mia parte. Fuori da qui dovrei prendere la mira e puntare alla vetta. Una famiglia, un lavoro, degli amici, possibilmente abili scalatori, continui e coerenti nel raggiungere gli obiettivi prefissati. E che ci vuole? Basta avere costanza!

È così che, se alle spalle il muro me lo ha piazzato il “sistema”, a spararmi una bella parete di cemento armato davanti ci ho pensato io stesso, non accettando il futuro in scatola che mi hanno preservato. È così che ho vissuto finora, raccattando un po’ di ossigeno dagli spiragli lasciati liberi ai lati. Ma non mi lamento di questa prigione, sopravvivo come chiunque altro. Alla mia destra riesco anche a vedere il mare e le vele lungo l’orizzonte. Arriva sempre un vento fresco a soffiare verso sinistra dove raccolgo tutto il resto. Le foglie, gli amici, gli amori. Le persone che si incontrano, le parole che si dicono, sono queste le occasioni che non voglio più perdere. Ed ho costanza nell’afferrarle e nel coltivarle, oh quanta ne ho!

Le nostre idee, i nostri pensieri potranno essere spiccioli per chiunque altro, ma sanno essere più tenaci delle fibre muscolari e nervose del più grande scalatore. Anche quando tutto sembra restare immutato e immobile, qualcosa cambia e qualcosa resta, sempre.

Liberate la conoscenza, conoscete la libertà.

Vostro,

Erri”

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