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Le vite di Lucella

Le vite di Lucella

“Una coppia? Come si chiamano? Si è saputo qualche cosa?” chiese Biagio a Tony il benzinaio, alle sette di un mattino piovoso.

   “No. È un miracolo se li hanno estratti ancora vivi, ma sono assai ustionati. Specialmente lei” rispose l’uomo, infilando la pompa nel serbatoio.

    Un tanfo disgustoso di benzina avrebbe coperto il buon odore dei filoni di pane allineati nelle cassette di plastica, dentro il furgone blu con la grande scritta gialla “Forno amico”. Biagio il panettiere percorreva ogni giorno la tangenziale per raggiungere Casoria, dove riforniva tre salumerie e quella mattina il blocco del traffico, causato dal tragico incidente stradale, gli avrebbe fatto ritardare le consegne. I vigili del fuoco avevano quasi finito di spegnere l’auto di grossa cilindrata che ormai era ferraglia annerita.

    Dopo più di un’ora, per fortuna, Biagio poté lasciare la piazzola ESSO ed immettersi nella lunga fila di auto che stava ricominciando la marcia. Salutò Tony con un cenno del capo e quando era già distante gli parve di sentire che quello rispondesse, come sempre faceva: “Ci vediamo Bia’!”.

    In quell’asettico letto d’ospedale Rosa Maria sembrava una piccola mummia: un groviglio di bende bianche attorno alla testa lasciava appena intravedere le due palpebre, annerite e senza ciglia. Alcuni mesi dopo, si svegliò dal coma, con il viso deturpato e priva di memoria: tante persone, in seguito, l’avrebbero aiutata a ricomporre come un mosaico, poco per volta, la sua vita passata.

   Era nata a Casoria nel 1967 da una relazione della madre con un uomo ammogliato. Non potendo crescerla, la donna l’aveva affidata alla sorella che l’allevò fino alla maggiore età, quando lei decise di trovarsi un lavoro e andare a vivere in un piccolo alloggio alle porte di Napoli. Aveva capelli e occhi scuri molto belli e un fisico armonioso, sebbene fosse di piccola statura, ma i suoi piedi erano piuttosto lunghi in confronto all’altezza.

  “Beate voi! Io, con questo 39 che tengo, non trovo quasi mai scarpe in saldo” disse una volta alle compagne del reparto “Manifattura pelati” nello stabilimento dove lavorava da quasi dodici anni.

  Di sera, finito il turno, aveva ancora in mente i mucchi di pomodori, dapprima gonfi d’acqua e poi asciutti, infilati nelle anonime scatole di metallo. In sogno, spesso le appariva il lungo scivolo, pieno zeppo di sugo, e decine di mani premurose nell’atto di ripulirlo, senza una pausa, fino allo sfinimento; ma una notte si svegliò di soprassalto: si vide aggrappata al macchinario, inarrestabile, circondata da altre operarie della catena che la deridevano, incitandola a bloccare gli ingranaggi, mentre lei mugugnava soltanto, impossibilitata a muoversi e a parlare.

     Il giorno seguente, si alzò in ritardo e di cattivo umore. Si vestì più in fretta che poté, bevve qualche sorso di caffè e poi, senza neanche guardarsi allo specchio, chiuse la porta di casa con le solite quattro mandate. Il turno cominciava alle sette, ma a quell’ora lei era appena salita sulla corriera. Durante il percorso, mangiò dei biscotti e pensò che, prima o poi, avrebbe dovuto comprare un’automobile, magari usata, per non accumulare troppi ritardi.

   Quando arrivò nel reparto, fu Carmela, una delle operarie più giovani, a venirle incontro: “Ho sentito che, per adesso, hanno messo in cassa integrazione una quindicina fra operai e impiegati, però non è detto che fra questi ci stai pure tu” le disse, con aria mogia, mostrandole la lettera ricevuta il giorno prima, tanto piegata e ripiegata da sembrare già carta vecchia. Non aggiunse altro, aspettando qualche parola di conforto dalla collega che si limitò a dire, invece, con un sorriso stentato: “Io non ho figli, come non ce l’hai tu. Spero solo che abbiano pensato a chi una famiglia la tiene, Carme’!” Poi le appoggiò la mano su una spalla e si avviò al suo posto, già stanca.

   Il giorno successivo, anche Rosa Maria ebbe la raccomandata che le comunicava la messa in cassa integrazione: un’anticamera al licenziamento “a causa della crisi nell’export”. Dieci righe che lei lesse e rilesse, con in mente solo Cristina e Mena, le due addette dell’ufficio segreteria, nell’atto di dattiloscrivere e imbustare tutte quelle “sentenze”.

    I tragitti quotidiani in corriera, ora le sembravano più lunghi. Per distrarsi avrebbe potuto rivolgere lo sguardo ai gruppi di case sparse sui lati della strada o agli alberi, per scoprirne i cambiamenti con il mutare della stagione. Invece, qualunque sedile della corriera occupasse, Rosa Maria guardava dritto davanti a sé, in direzione del conducente, e non smetteva che all’arrivo. Quei viaggi sarebbero continuati fino a metà aprile, quando avrebbe dovuto salutare le compagne del reparto, promettendo loro di chiamarle, di tanto in tanto. Mancava solo un mese.

   La sera, sempre più spesso, la stanchezza aveva il sopravvento sulla fame. A volte neanche cenava e, dopo avere guardato un po’ la TV o sfogliato qualche rivista, andava a letto. Sul comodino c’era una piccola pila, a forma di candela, che lasciava accesa durante la notte. Un’altra, identica, era nel suo armadietto in fabbrica e aveva l’abitudine di metterla in tasca, quando andava in bagno per sistemarsi, dopo essersi sfilata il camice, a fine turno. La paura di rimanere al buio, seppure per poco tempo, l’aveva resa prudente. Le era successo un paio di volte, infatti, venuta a mancare la corrente, di andare in panico nel cercare a tentoni il lucchetto e poi la presenza più vicina.

   Da allora una compagna aveva iniziato, per scherzo, a chiamarla “Lucella” e, subito, tutti l’avevano ribattezzata così. Non ne era dispiaciuta, anzi, lo trovava un soprannome aggraziato. D’altro canto, aveva sempre riso anche lei di quella sua fobìa.

   “Luce’, devo dirti una cosa.” Una mattina che mancavano due settimane alla sospensione dal lavoro, Giacomo, il Capo Reparto nonché compagno di giochi, l’aveva chiamata in disparte.

   “Che c’è, una buona notizia?”  chiese Rosa Maria, con in volto l’espressione di chi è ansioso di sapere.

   “Forse … Siccome so che sai guidare e pure bene, ti posso presentare mio cognato Armando che vende calzature. Lui non ci vede tanto e sta cercando una persona, meglio se donna, svelta e volenterosa, che lo accompagna in auto ai mercati. Ti darebbe un discreto stipendio e faresti un lavoro meno faticoso: guidare e allestire i banconi. Che ne dici? Pensaci.”

   “Mi pare una bella notizia!” esclamò la giovane.

   “Luce’, se vuoi, puoi cominciare già la settimana prossima, nun ce penza’ assaje” ribatté Giacomo, sorridendo.

   “Vabbuò, ci sentiamo, ti telefono. Grazie” concluse lei e stava per voltargli le spalle quando l’uomo le prese un braccio e, in tono affettuoso, disse:

   “Ci vediamo domani sera a casa di mia cugina Laura? C’è la festa per la sua promessa di matrimonio. Mi raccomando, ci tiene e aspetta che vieni pure tu.”

   “È vero, mi ha pure chiamato per invitarmi! Le manderò dei fiori. Laura mi scuserà, mo tengo ’a capa sciacqua!” rispose Rosa Maria e si allontanò.

      Il vestito di seta azzurra le stava un po’ stretto sui fianchi, però le piaceva tanto quella fantasia di piccole vele bianche. Rosa Maria baciò i promessi sposi e poi si guardò intorno, in cerca di facce amiche. Per primo vide Giacomo che, dopo averla salutata, le chiese subito: “Allora, ti sei decisa? C’è pure mio cognato Armando. Vieni, te lo presento, così vi potete già mettere d’accordo.”

   “Non mi sembra il momento. Ne parliamo più tardi.” rispose lei contrariata e si diresse, con passo svelto, al tavolo delle bibite dove si versò un boccale di birra. Dopo averne bevuti altri due si mise al centro della sala e iniziò ad imitare le movenze di una celebre attrice.

   “Levati le scarpe. Non riuscirai a ballare con quei tacchi a spillo!” esclamò Armando, un uomo di mezz’età, grassoccio, con occhiali dalle lenti spesse e una barba poco curata.    

   Rosa Maria, alquanto stordita, si sfilò le scarpe, spingendole sotto uno dei tavoli e continuò, fra il riso di molti, la sua estemporanea esibizione. Non appena ebbe finito, prima che Armando potesse presentarsi e iniziare a parlarle della sua offerta di lavoro, Giacomo si rese conto che era meglio riaccompagnarla a casa, perciò le cinse la vita con fare protettivo e, dopo avere salutato in fretta quasi tutti i presenti, andarono via.

   Quando la giovane fu sola, in preda a un forte bruciore allo stomaco, preparò una tisana e la sorseggiò con le labbra tremanti. Poi, non appena sentì i muscoli rilassarsi, si sdraiò sul letto. Fu mentre era sul punto di chiudere gli occhi che squillò il telefono, facendola sobbalzare. Impiegò qualche minuto per capire che quella voce, metallica e stridula, apparteneva ad Annamaria, una sua vecchia conoscenza.

   “Pronto, Ro’, so’ Annamaria, come stai? Ho saputo che devi lasciare la fabbrica, mi dispiace… dopo tanti anni. Il supermercato dove lavoro assumerà dieci impiegati con varie mansioni, a fine anno. Fa’ la domanda, perché hai buone possibilità di essere chiamata, con la tua esperienza.”

   “Annamaria, a te come va? Mi farebbe piacere incontrarci qualche volta. Sì, mi hanno messa a cassa integrazione, ma ho già avuto un’altra offerta di lavoro che mi pare buona e posso cominciare quasi subito. Sto ancora indecisa se accettare o no. Comunque, grazie assai e vediamoci.”

    L’indomani allo stabilimento notò qualche assenza. Anche Giacomo mancava e, in cuor suo, lei sperò che non venisse affatto perché non aveva ancora una risposta. Per fortuna non lo vide tutto il giorno, ma quella stessa sera, ritornata a casa, nella penombra della camera da letto, rifletté a lungo.

 “Non ho un’altra opportunità a breve termine” concluse, quando finalmente si convinse a non perdere quella provvidenziale offerta di lavoro, anche per non doverla rimpiangere in seguito. In fondo, aveva buoni riflessi alla guida, una faccia simpatica e, soprattutto, modi garbati. Si immaginò dietro un bancone, nei mercati di Napoli e provincia, faccia a faccia con probabili acquirenti e pronunciò ad alta voce frasi di presentazione e rassicurazione sulla qualità delle calzature esposte, ridendo di gusto.

  Il brusco cambiamento lavorativo le avrebbe di nuovo procurato quel rimosso senso di disagio, ma per poco perché, ne era convinta, “l’essere umano è abitudinario per natura”. Ripeté più volte quella frase, come una cantilena, fino ad addormentarsi.                     

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