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La Cala del Leone

La Cala del Leone

Ricordo nove anni fa, in un giorno d’aprile come questo, scendevo le scale di legno fissate nella roccia tenendo un’altra mano. Facevo strada, con passi lenti e pieni di adrenalina, a lei che quel sentiero tra gli alberi non lo aveva mai calcato. Finito il boschetto, davanti a noi la piccola spiaggia incastrata in una gola tra due monti veniva morsa violentemente dalle onde di un mare brutale.

Io cresciuto in una città di porto, credevo di conoscere il suo ritmo, proposi allora di aspettare la sfuriata delle onde più grandi per poi saltare dallo scoglio sulla rena quando sarebbe stato il turno di quelle meno violente. Le studiavo, uno, due, tre, quattro grandi. Cinque, sei, fino ad arrivare a dieci piccole. Dopo qualche minuto di contemplazione decisi fosse questo il piano: al mio quattro saremmo saltati e il tempo fino al prossimo ruggito di schiuma ci sarebbe bastato per superare a corsa il tratto di spiaggia più stretta. Uno, due, tre, quattro, saltammo. A metà corsa mi accorsi che il mare aveva cambiato voce e melodia, mi girai verso l’acqua, fu un attimo. Feci in tempo a prenderla per il suo zainetto e afferrare con l’altra mano la parete di roccia sotto la quale correvamo.

Se un pezzo di pane potesse pensare e provare emozioni quando viene inghiottito da una bocca, molto probabilmente proverebbe quella sensazione.

L’onda che ci masticò. Suonò come la nota non scritta sullo spartito, fu improvvisazione marina. L’eco delle voci dei marinai che leggevo nei romanzi di Conrad, Mutis o Jack London, che mi ripetevano di rispettare il mare, mi arrivarono forti. Il mare andava rispettato e temuto. Il cavallone ci bagnò dalla testa ai piedi, ma riuscì a portarci via solo un paio d’occhiali. La tenuta della nostra presa era giovane e fresca allora come quella delle canne di bambù verdi che non si spezzano.

Sette anni più tardi sarebbe bastata un’onda di un mare di abitudini e dipendenza a dividerci.

Eravamo innamorati e un po’ incoscienti, i soli ad aver provato l’impresa, unici proprietari temporanei della cala. Ci unimmo trionfalmente due volte, la prima per tentazione, la seconda per bisogno. Capii che l’orizzonte non era l’unica cosa che mi faceva immaginare l’infinito.

“Uno, due, tre, quattro, saltammo. “


Oggi ho sceso la scalinata, i passi non hanno battuto i quattro quarti, ma il ritmo di chi non ha compagnia. Due spazi vuoti ogni quattro. Il sole è forte.

Una bambina con lineamenti d’un paese d’oriente, indossa una maglia a righe orizzontali bianche e rosse. Gioca con i rivoli del mare piatto sul bagnasciuga. La cala è popolata. Le coppie mangiano, si scambiano sguardi e baci sdraiati vicini sui teli. Scoprono il mondo da dividere in due.

Non tornerei indietro, provo nostalgia di quel tempo goduto, ma il tempo di oggi mi propone la stessa magia di allora con occhi diversi.
Il mare mi fa paura, come la solitudine, ma ci torno spesso, tutte le volte che voglio. Mi ricordano entrambi l’incoscienza ed anche questa è una piccola fetta di libertà e un passo verso la mia nuova vita.

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