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Nell’atrio spoglio del Commissariato di polizia, Nunzia aspettava di essere interrogata. Con il capo chino aveva cominciato a stropicciare in maniera ossessiva la tracolla della borsa di tela beige poggiata nel grembo.

Sul grigio della parete opposta spiccava una grande stampa di girasoli dai colori vivaci che ne avevano subito attirato l’attenzione, tenendole compagnia per quasi dieci minuti, poi era bastato quel vago tanfo di pittura a farle distogliere lo sguardo dal muro. “Le vernici hanno tutte lo stesso brutto odore” rifletté, con in mente il giallo tenue della sua camera da letto, ritinteggiata da poco: la stanza dove tutto era iniziato e finito, in malo modo, con la madre a terra, priva di sensi. Adesso, si sarebbe indagato nel loro rapporto per cercare il perché del suo gesto. Se avesse voluto tacere dei tanti litigi provocati perlopiù dalla volubilità e irascibilità di quella donna, dei loro lunghi silenzi, affilati come lame, forse avrebbe reso una versione del fatto poco credibile.

Quel pomeriggio erano sole. Suo padre sarebbe stato assente alcuni giorni per lavoro e i fratelli più piccoli iniziavano a frequentare il doposcuola. Potevano profittarne per dirsi cose di donne, avvicinarsi come non succedeva da molto tempo, invece la madre cominciò a rimproverarla per una banalità e, come al solito, Nunzia capì che la donna era nervosa per chissà quale altro, a suo parere, serio motivo.

“Nel lavare il pavimento devi muovere lo straccio indietreggiando. È una cosa semplice che già mi hai visto fare, credo” disse, ironica, mentre la figlia camminava spedita lungo il pavimento del corridoio, bagnato e cosparso di impronte.

Allora lei si fermò e, scrollando le spalle, la fissò come per sfidarla, perché quando faceva così avrebbe voluto afferrarla per le braccia e scuoterla con violenza. Volgendole la schiena, con voce malferma, la pregò di dire che cosa le rodeva dentro, per davvero.

“Mi stavo domandando se hai parlato al tuo capo dell’aumento di stipendio. È arrivato il momento di farti valere, Nunzia!”  esclamò la madre.

Finalmente le era uscito di bocca cosa stava rimuginando e le rispose che gli avrebbe parlato, ma alla prima buona occasione. Perché non godeva a essere sottopagata, dopo quasi tre anni dall’assunzione.

A sera, andarono a letto prima del solito, senza guardarsi e il giorno dopo Nunzia uscì di casa anzitempo, mentre la madre dormiva. In ufficio, trovò solo il titolare, meravigliato di vederla con largo anticipo. “Ora o mai più” pensò, facendosi coraggio con un respiro profondo.

“Posso rubarle qualche istante?”

“Dimmi. C’è qualcosa che non va, Nunzia?”

L’aveva spesso elogiata per il lavoro che svolgeva, con serietà e dedizione ed era giusto che ora le aumentasse lo stipendio, riconoscendo una gratifica al suo impegno costante.

“Non ho alcun dubbio sul fatto che sei una collaboratrice attenta e volenterosa, ma ne potremo riparlare quando, speriamo presto, avrai acquisito una maggiore esperienza. Tuttavia sarei felice di prendere in considerazione la cosa se, da ora in avanti, divenissi più… disponibile” fu la risposta del titolare che, senza guardarla, disegnava ghirigori con un lapis.     

Nunzia arrossì, fece alcuni passi indietro e, in preda a una forte emozione, urtò contro uno stipite di legno. Era certa di non avere frainteso le parole di quell’uomo, perciò non esitò un istante nel dirgli che gli sarebbe arrivata la lettera di dimissioni e poi lo avrebbe chiamato per la definizione del rapporto di lavoro.  

La via del ritorno a casa non le era sembrata mai tanto lunga. Pensieri su quanto era successo chiedevano spazio nella mente. Su tutti quello della sua legittima quanto immediata, risolutiva reazione. Quanti l’avrebbero condivisa?

Quando parcheggiò, al lato opposto della strada, vide un allegro corteo nuziale e mani sporgersi da qualche finestrino per lanciarle piccoli fiori bianchi. Rise, con un nodo in gola, ma nello scendere dall’auto sentì la terra mancarle sotto i piedi. Poi, si passò una mano sugli occhi: doveva affrontare il doloroso seguito, non stava sognando.

“Sei certa che le frasi del tuo datore di lavoro nascondessero un pensiero allusivo?” chiese la madre, dopo che Nunzia le ebbe raccontato il fatto e mentre si accingeva a spogliarsi.

“Era esplicito, un ricatto evidente. Se tu avessi visto la sua faccia, quel sorriso spavaldo e strafottente, non parleresti così” rispose la giovane, con l’espressione di un cane bastonato.

Nunzia non gliene aveva cantate quattro, come la mamma si aspettava di sentire, ma aveva preannunciato le imminenti dimissioni.

“Così, di punto in bianco e senza una minima conferma di questa tua supposizione, solo una supposizione, si! Sai quante altre ragazze, là fuori, sgomiteranno per avere il tuo posto? Tu invece hai potuto permetterti di lasciarlo, in quattro e quattr’otto. Roba da pazzi…” urlò la madre, agitando le braccia per aria e avanzando, a passo svelto, verso la figlia.

Quando le fu vicina, Nunzia dapprima indietreggiò un poco, ma poi la spinse con fermezza, per un senso di riprovazione e disgusto. La donna perse l’equilibrio e cadde all’indietro, battendo il capo sul pavimento. In ospedale, le fu diagnosticata una commozione cerebrale e la indussero in coma farmacologico, rassicurando la ragazza, preda di un evidente stato di agitazione che, nel giro di qualche settimana, avrebbero provato a svegliarla. Suo padre, messo al corrente di quanto accaduto, rientrò la sera stessa e si limitò a dire tre sole parole: “Figlia mia, perché?”, ma prima di chiudersi in un mutismo impenetrabile, consigliò a Nunzia di presentarsi spontaneamente alla polizia.   

Nella sala d’attesa del Commissariato, l’inserviente aveva sollevato, di colpo, la tapparella dell’unica finestra e una luce fastidiosa la costrinse a serrare le palpebre. Ad occhi chiusi, pensò alla madre, con un inatteso senso di colpa, e al risveglio che sperava avvenisse prima possibile per dirle che, nonostante tutto, avrebbe provato a fidarsi.

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