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L’elettricista del cuore

L’elettricista del cuore

Bum… bum… bum… eccolo di nuovo. Il mio cuore che voleva avere nuovamente attenzioni.

Non voleva fermarsi. Sembrava balzare dal petto ad ogni battito.

Mi era accaduto altre volte ma non così intensamente, eppure avevo subito già due operazioni! Fortunatamente, dopo quella crisi, riuscii a riprendermi, ma dentro ero esausto di queste crisi che mi facevano sussultare ogni volta.

Mi era stata diagnosticata una tachicardia ventricolare, un’aritmia che nasce dai ventricoli del cuore, caratterizzata da un’elevata frequenza cardiaca.

Mi avevano spiegato che questo tipo di tachicardia era legata alla presenza di un corto circuito elettrico del cuore, che si attiva in determinate condizioni. Per disattivare le strutture responsabili mi avevano sottoposto a più di una ablazione, poiché nel corso degli anni questa condizione si era riproposta più volte.

Premetto che sono una persona ansiosa. Un aspetto che non mi ha aiutato ad affrontare quello che mi stava capitando, soprattutto dopo l’ultimo episodio. Ero davvero stanco, stanco di non riuscire a risolvere qualcosa che tanto fisicamente quanto mentalmente mi stava destabilizzando, aumentando le mie ansie al punto tale da impedirmi di mettermi in gioco in qualsiasi altro aspetto della vita.

Un giorno mi consigliarono di prendere in considerazione un nuovo medico, specializzato in aritmie cardiache. Veniva definito “L’elettricista del cuore”. Dopo aver consultato internet mi decisi a prenotare una visita che purtroppo non sarebbe arrivata prima di qualche mese.

Ricordate la mia ansia? Beh era lì, pressante, che mi stava sul collo senza abbandonarmi mai.

Erano, però, al mio fianco anche le persone più importanti della mia vita, a sostenermi.

Oltre la mia famiglia, c’era una persona su tutte che iniziava seriamente a preoccuparsi di questi miei episodi di crisi continui. “Lei”, la mia ragazza, che aveva studiato la mia situazione, lei che aveva cercato di capire perché le operazioni fatte non andavano mai a buon fine, lei che aveva letto tutto su ciò che riguardava il nuovo medico. Fu lei a scoprire che quel dottore aveva trovato una cura per una sindrome, detta “della morte improvvisa”. Il dubbio che soffrissi proprio di quella sindrome le venne immediatamente. Ammetto che anche a me era  venuto, ma mentre io preferivo non pensarci, lei aveva già capito come fare a verificare se ne fossi realmente affetto.

Il giorno della tanto attesa visita venne e io e la mia ansia camminavamo per i corridoi della Ruesch di Napoli, in attesa del nostro turno; oh, volevo dire del mio!

Mi fecero un elettrocardiogramma. Ritornai in sala d’attesa con più ansia di prima. Le mani erano ghiacciate e allo stesso tempo trasudavano. Non riuscivo a stare seduto, ero irrequieto e continuavo a ciondolare su e giù per il corridoio.

Sentii qualcuno pronunciare il mio nome e mi diressi in una stanza, dove mi trovai al cospetto “dell’elettricista”.

La prima cosa che notò, dopo aver osservato l’ECG, era il mio stato d’agitazione; prima di iniziare la visita, mi chiese di provare a rilassarmi, inspirando ed espirando. Io, con un sospiro, ringraziai la mia ansia che con affetto mi stava addosso. Il verdetto era lì dinnanzi a me, non volevo sfuggirvi e forse non potevo farlo.

Avevo bisogno di capire cosa ci fosse nel mio cuore. Mi disse di aver notato una tachicardia ventricolare e che dalla cartella clinica risultavano due operazioni senza successo. Mi guardò con un sorriso rassicurante. L’avrebbe tolta definitivamente senza alcun dubbio.

Prese l’ECG ed espose ciò che aveva riscontrato. C’era un tratto sospetto nel battito del mio cuore che di solito indicava la presenza della sindrome di Brugada.

Per confermare, o meno, quel sospetto avrebbe dovuto effettuare un test. Mi spiegò che la sindrome in questione consiste in un disturbo del ritmo cardiaco, o meglio dell’attività elettrica del cuore che può provocare gravi episodi di aritmia ventricolare in alcuni casi letali. Chi vi è affetto presenta un cuore sano ma incapace di trasmettere in modo adeguato gli impulsi per la contrazione cardiaca. Attraverso il test avrebbe smascherato le parti di tessuto cardiaco sospette e tramite ablazione avrebbe potuto disattivarle. Ancora incredulo, uscii dalla stanza e la segretaria ci informò di come si sarebbe svolto tutto.

Mentre attendevo che i miei finissero di chiedere spiegazioni, andai verso l’uscita, con lei che sapeva già di quel sospetto, poiché aveva fatto controllare il mio ultimo ECG. Non mi aveva detto nulla. Aveva tenuto tutto per sé per non farmi agitare prima del previsto e per non farmi vivere quei mesi di attesa con ansia e paura. Probabilmente era stato meglio così, non credo che l’avrei sopportato. Ci abbracciammo senza aver bisogno di parole.

Furono mesi di ansia, frustrazione, paura e angoscia, causati dalla snervante attesa di quel giorno che sembrava così lontano ma che invece presto sarebbe arrivato. E’ stata dura con la mia compagna di viaggio, ansia, che mi accompagnava ovunque andassi. Iniziai a perdere peso e a non voler stare chiuso in casa.

Volevo evadere dai miei pensieri in qualunque modo. Ero irrequieto come non lo ero mai stato prima e non riuscivo a chiudere occhio di notte. Avevo paura che improvvisamente mi capitasse qualcosa.

Convivere con le mie paure non è stato facile e in quel momento non riuscivo a farmi coraggio.

Non ero pronto… non lo sarei mai stato, eppure eccomi lì, al San Donato Milanese, in un ascensore con un infermiere. Mi trovai in una stanza, disteso su un tavolo d’acciaio.

Iniziai a percepire un freddo intenso, più rigido di quello che si sente quando arriva l’inverno.

Forse quando si ha paura si avverte uno strano freddo e io di paura ne avevo tanta.

Qualcosa iniziava a scorrermi nelle vene, iniziavo a perdere coscienza, l’anestesia stava facendo effetto. Mi assentai per un tempo che non so descrivere. Poi dal nulla, mentre i miei sensi erano ancora addormentati eccolo che si faceva sentire. Il mio cuore che batteva a ritmi ancora più strani e altalenanti. Percepivo ogni battito e avrei voluto dirlo anche a loro in qualche modo, ma non riuscivo a parlare né a muovermi, mi sentivo bloccato da forze esterne che mi impedivano di fare qualsiasi cosa. 

Mi assentai di nuovo e mi risvegliai nella mia stanza con la testa che mi doleva in modo assurdo.

Aprendo gli occhi vidi che loro erano lì accanto a me e il mio cuore felice di vederli, iniziò istintivamente ad accelerare. Avrei voluto staccare tutti quei fili attaccati al mio corpo e alzarmi per sgranchirmi le gambe, ma non potevo. E allora mi convinsi ad aspettare che i dolori passassero, chiudendo gli occhi per un po’.

Quando li riaprii davanti a me c’era l’elettricista. Confermò che l’ablazione per la tachicardia era perfettamente riuscita, ma purtroppo risultavo essere positivo alla SDB, di conseguenza avrei dovuto essere successivamente sottoposto ad un’ulteriore ablazione.

Sentivo di essere in un incubo dal quale non riuscivo a svegliarmi. Ero bloccato in una condizione in cui io non potevo fare niente per aiutarmi e questo mi angosciava. Dovevo fidarmi solo di lui, il mio elettricista.

Da quando era uscito dall’ospedale, attendevo il momento in cui il mio cuore avrebbe nuovamente chiesto attenzioni, scettico che anche quell’operazione fosse andata bene.

Mi sbagliavo, nessun capriccio, tutto procedeva normalmente. Nessun sussulto, nessun battito strano, niente. Mi sentivo stranamente tranquillo, stranamente normale, ma pur sempre con l’amica ansia a farmi compagnia.

Arrivò il giorno della mia seconda operazione. Sapevo di dover rivivere le stesse sensazioni della volta precedente. Come da manuale presi l’ascensore con il solito infermiere che mi conduceva nuovamente in quella stanza con il tavolo che mi provocava un brivido ancora prima di distendermi.

Sentivo nuovamente il freddo devastante della paura, dell’ansia e di ciò che già sai di dover affrontare. Intorno a me tutto iniziò a divenire sfocato, i miei sensi iniziavano ad abbandonarmi. Tutto sembrava rallentare, fino a che precipitai in un buio profondo senza percezioni.

Al risveglio avevo dolori ovunque, soprattutto nella gamba destra e un bruciore al centro del petto che non riuscivo a sopportare.

Mi dissero che era andato tutto per il meglio. Ero davvero felice e pensai subito “niente più torture”.

Avevo cantato vittoria troppo presto perché purtroppo non avevo considerato i controlli che avrei dovuto effettuare con la stessa procedura del test, compresa la convalescenza successiva.

In automatico ripensai alla sensazione di freddo e alla paura che avrebbe preso a braccetto l’ansia per tenersi compagnia, mentre io avrei continuato a tremare a causa loro. Un brivido mi attraversò la schiena.

Era come vedere la luce alla fine di un tunnel e non poterci arrivare. Ci sarebbe voluto del tempo per uscire da quella grotta buia. Poi pensai che alla fine non era così buia, perché ad ogni passo mi sarei avvicinato sempre più a quel fascio di luce che mi indicava la via da percorrere.

Non dovevo sottovalutare una cosa importante, quel giorno di ottobre mi era stata concessa una nuova opportunità. Ero rinato. Grazie al “mio elettricista” che aveva aggiustato i fili malandati del mio cuore.

Ogni volta che entrerò in quella stanza so che sarà sempre come la prima volta e che farà sempre uno strano freddo. Quello che potrò fare sarà affrontarlo con coraggio perché ho attraversato l’inferno, mi sono letteralmente scottato, lasciandomi incidere delle cicatrici indelebili nel cuore che mi hanno reso ciò che sono oggi: una persona che ha avuto la fortuna di avere un secondo giro di orologio, che sorride alla vita, che ne coglie le opportunità, felice di vivere il presente con la consapevolezza di aver avuto la possibilità di guardare avanti.

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