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Ero poco più che una bambina quando mio padre mi portò per la prima volta sulla sua barca. L’aveva desiderata da tutta la vita e quando quel momento arrivò decise di volerlo condividere con me. Avrebbe potuto farlo con uno dei miei fratelli già grandi, che ne sarebbero stati sicuramente più entusiasti. Ero l’ultima arrivata, e venivo sempre dopo di loro. Il fatto che nostro padre scelse me per prima da portare sulla barca, destabilizzò i miei fratelli. Non si spiegavano perché io, una bambina di soli 8 anni, avrebbe dovuto avere questo privilegio, non sapendo neanche nuotare. Loro si che erano bravi. Ogni volta che andavamo al mare io restavo sulla spiaggia a giocare mentre loro andavano alla ricerca del punto più alto da dove tuffarsi. Io rabbrividivo al solo pensiero e cercavo di distrarmi con i miei soliti giochi, cercando di non bagnarmi i piedi perché odiavo che la sabbia mi rimanesse attaccata alle dita. Andare al mare era più un trauma che un divertimento.
Quando mio padre mi preparò, di buon mattino, non mi disse dove saremo andati. Salutai i miei fratelli che sembravano avercela con me, anche se non ne capivo il motivo. In macchina papà iniziò a parlarmi di quanto lui, da piccolo, fosse contento di andare a pescare in barca con il nonno. Iniziai a pensare che forse ero l’unica in famiglia a non avere nulla in comune con mio padre. Arrivammo al molo, parcheggiammo, e vidi che lui aveva portato con sé la sua attrezzatura da pesca, dicendomi che per cena, se avessimo avuto fortuna, avrebbe cucinato del pesce alla griglia. Da brava bambina annuii. Ero sempre stata una bambina tranquilla, abbastanza disponibile ad ascoltare ciò che mi veniva detto, soprattutto per il modo sereno con cui mi si parlava. Mi spiegò che aveva avuto un’occasione imperdibile e aveva comprato la barca che, di lì a poco, avrei visto galleggiare dinnanzi a me. Il mare sembrava calmo, il sole risplendeva in un cielo azzurro così come un diamante in mezzo alle rocce.
Salimmo sulla barca e prendemmo il largo. Iniziai ad avvertire una strana sensazione. Vedere tutto quel profondo azzurro intorno mi spaventava. Null’altro intorno a noi se non l’azzurro del mare e del cielo. Mio padre si rese conto dei miei occhi lucidi e si avvicinò. Conosceva le mie paure e mi confessò che mi aveva portato li proprio per quello. Voleva che affrontassi ciò che mi spaventava e lui mi sarebbe stata accanto senza lasciarmi. Lo strinsi forte, ancora dubbiosa delle mie capacità. In fondo ero solo una bambina. Mentre lui era intento a pescare io coloravo una serie di disegni, tra i quali una sirena con una coda bellissima. Chiesi a mio padre se le sirene esistessero davvero e lui mi raccontò la fiaba di una sirena relegata negli abissi a causa di una strega marina che la teneva prigioniera, sin da quando suo padre morì. La sirenetta visse una vita in gabbia, credendo di non essere capace di far nulla, se non di servire la strega che la teneva prigioniera. Un giorno però un delfino si perse nei paraggi delle celle in cui si trovava la sirenetta e con un colpo di coda la liberò, perché credeva che nessuno dovesse trascorrere la propria vita rinchiuso. Aiutò la sirenetta a capire che, in ognuno, c’è una forza d’animo che non sappiamo di possedere e che ci aiuta nei momenti più bui. La sirenetta si fece coraggio affrontò la strega, la sconfisse e tornò finalmente a vivere libera.

Per me, sapere che la sirenetta era riuscita a sconfiggere la paura di affrontare la strega marina fu entusiasmante; iniziai a capire che anche io potevo battere ciò che mi spaventava. Mi avvicinai al bordo della barca, con mio padre che mi scrutava da lontano. Riuscivo a specchiarmi nell’acqua e a percepire la mia immagine meglio che in uno specchio. Presi coraggio. Chiesi a mio padre di venire al mio fianco. Mi si avvicinò e io gli presi la mano. “Stammi vicino”, gli dissi. Fu così che ci tuffammo insieme, mano nella mano, in quel profondo azzurro, consapevole che avrei avuto accanto mio padre a difendermi da quella brutta strega marina che io chiamavo paura.

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