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33 gradi: un’articolazione del calore

33 gradi: un’articolazione del calore

Oggi presentiamo l’ultima creazione della Ex Salumeria48-@barteatro0 . Artefice di questo nuovo cocktail che si chiama 33 gradi è, questa volta, l’Aiutante Oste. Tale new entry, forse proprio per il fatto che fa la sua apparizione nel mese di dicembre, intrattiene con questo periodo dell’anno una relazione molto particolare. Questa può essere simbolizzata con un solo termine: calore. E in effetti, citando il nostro, questo drink “È una specie di punch da servirsi caldo”, la cui ideazione è figlia di una suggestione in cui si incontrano, per poi nel concreto mescolarsi, da un lato, il gusto tipico del vin brulé, e, dall’altro, i sapori sudamericani propri delle origini brasiliane dell’Aiutante Oste. Ora, un tale incontro, che può apparire alquanto bizzarro, in realtà conserva in sé una coerenza che è, ad un tempo, mobile eppure ben delineata. Questa è quella propria, per l’appunto, del calore o, meglio, di una triplice declinazione di quest’ultimo che il barman ha attuato nel 33 gradi in una maniera molto originale a nostro avviso. Riteniamo, infatti, che chiunque volesse cimentarsi con questo nuovo drink si ritroverebbe a fare i conti con tre livelli di lettura in cui il calore non possiede né lo stesso significato né lo stesso ruolo. Partiamo, quindi, con lo stadio più superficiale, e cioè col riferimento fatto dall’Aiutante Oste a quella bevanda tipica del nord Europa nota come vin brulé o, se si preferisce, Glühwein. Un simile richiamo, quasi di per sé, porta alla mente il calore che, causa le sue qualità intrinseche, questa bevanda spanderà (nella percezione metaforica che uno ne ha: quasi organicamente) nel corpo di colui che la consuma. È noto, difatti, come il vin brulé sia un ottimo viatico contro il gelo invernale. E in tal senso, anticipando un po’ sul prosieguo, il 33 gradi non fa eccezioni.

Basta il primo sorso per rendersi conto che gli effetti «organici» non si discostano molto da quelli della bevanda nordica. Solita sensazione di calore che, una volta percorsa la gola, si irradia senza violenza ma gradualmente dal centro del petto verso il resto del tronco. In tal senso, senza prendere ancora in considerazione il gusto effettivo, mantenendoci su un piano di comunicazioni «fisiche», il drink dell’Aiutante Oste utilizza lo stesso principio di un qualsiasi Glühwein: quello di essere in grado di riscaldare un corpo o, almeno, di provocare questa sensazione. Il calore è qui, a questo primo livello di lettura, la capacità di portare ad un’ebollizione dolce l’«interno fisico» di chi degusta la bevanda. E tuttavia mantenersi ad un simile stadio sarebbe insufficiente. Difatti, se ci si limitasse solo a questo, quale sarebbe poi la differenza tra un vin brulé ed una qualsiasi bevanda calda (camomilla, tè, ecc.)? Se si fa astrazione dal sapore, solo quel tipico movimento caldo che si percepisce dopo averlo bevuto. Ma sappiamo bene che, in realtà, vi è anche un altro elemento che garantisce un certa individualità del Glühwein. Cioè la presenza di un certo mondo «immaginario», fatto di immagini, che lo circonda ed attraversa da ogni parte.

È proprio prendendo in considerazioni questo che, oltre ad attuare il secondo livello di lettura del 33 gradi, potremo mostrare un determinato «gioco», molto originale, messo in campo dall’Aiutante Oste e che il drink manifesta. Ciò a cui vogliamo fare riferimento è il fatto che la bevanda invernale nordica non è soltanto e semplicemente un rimedio al freddo. Essa, infatti, si sostiene anche su tutto un orizzonte di quadri più o meno idilliaci: i mercatini di Natale tipici dei paesi del nord (anche se adesso li si ritrova pure dalle nostre parti) con tutta la gioia che sembrano emanare; i pacchi regali con i loro mille colori; i paesaggi innevati ma visti da una finestra, al riparo e al caldo; i paesini illuminati a festa; ecc. L’elenco potrebbe protrarsi a lungo. Il punto è che attraverso tante immagini si arriva alla fine, abbastanza inesorabilmente, ad una specie di centro attorno al quale esse gravitano: il Natale.

Ora, quando si parla di quella che, per lo meno da noi, è la festività principe dell’inverno ciò di cui si discorre e cui si pensa di solito sono delle tradizioni (albero, presepe, ecc.), delle ricette tipiche (baccalà fritto, pizza di scarole, capitone ecc.), delle abitudini (vigilia a cena qui e Natale a pranzo lì, con i tuoi o con i miei, ecc.). Ma se, in realtà, dovessimo proprio cercare quale sia il connettore di tutti questi discorsi e ciò che alla fin fine li sostiene dovremmo infine ammettere che questo è da trovarsi nella famiglia, in quel morbido incavo in cui ci si perde ed accoccola durante questa festa e che è la sua vera divinità. In effetti, si suole dire spesso, anche troppo, che il Natale cristiano appoggiandosi sulla festa romana del Sol Invictus ne avrebbe mutato i segni collegati alla luce spostandoli, in maniera impercettibile per i più, dal loro significato «cosmico» di rinascita e dandogli un senso «epocale».

Ma si sente molto meno affermare che se la festa che commemora e ricorda la nascita di Cristo, l’inizio dell’era del Figlio, è oggi ancora diciamo «moneta corrente» in Occidente è perché, in sostanza, di Dio ce ne infischiamo altamente. La luce del Natale non è più oggi quella che apre un’epoca (quella cristiana appunto), ma quella che «vivifica» la biografia personale di ciascuno. E da tale punto di vista quando pensiamo al vin brulé o al Glühwein, una volta superata la prima fase del pittoresco etnico, quando si viene presi dall’immagine del Natale e, quindi, dai ricordi dei propri Natali passati, si vedrà che in questa bevanda non è solo presente la qualità di riscaldare a livello «organico» i corpi, ma anche un calore di tutt’altro livello: quello che sembra emanare il tremolare instabile della luce diffusa in una stanza buia da un camino. In altre parole, un calore affettivo che illumina il nostro oscuro essere tramite il lampeggiare mobile di immagini provenienti da ciò che abbiamo consumato o che bruciamo tutt’ora. In tal modo, possiamo vedere come il calore possa giocare, a seconda dei livelli, due ruoli differenti. Ma se il 33 gradi al primo stadio, quello del calore fisico, riproponeva senza modificarla (per lo meno nella dinamica) ciò che si può ritrovare in un qualsiasi Glühwein, per il secondo livello di lettura dovremo dire che ciò non avviene. O, meglio, che l’Aiutante Oste, proprio appoggiandosi sul calore affettivo che si può riscontrare nella bevanda nordica, ha raddoppiato questo «gioco» rendendolo molto comico. Non che lo abbia reso risibile, piuttosto gli ha come posto uno specchio davanti che suscita un sorriso compiaciuto.

Il drink del nostro, infatti, utilizza quello che è l’orizzonte familiare/natalizio, il calore affettivo, ma per fargli giocare il ruolo della messa in mostra di una famiglia particolare. Quella dell’Aiutante Oste stesso, quella rappresentata dagli ingredienti sudamericani del cocktail. Il che rende al 33 gradi la stessa fisionomia di quelle certe commedie con ambientazione natalizia in cui un personaggio si trova strappato alla sua solita routine, incastrato in un ambiente che non si sarebbe mai sognato di frequentare, popolato da individui che gli appaiono grotteschi se non mostruosi, ed infine riconciliato con quest’ultimi in una sorta di nuova comunità. Il drink del nostro è l’equivalente, più o meno, del percorso compiuto da Louis Winthorpe III. Per tirare le somme: non è che il 33 gradi prende in giro quel calore affettivo che ha mutuato dal Glühwein e che rappresenta la cornice di quest’ultimo, piuttosto lo ha reso il risultato insolito, ma tranquillo e pacifico (e in questo senso comico), che deve manifestare. Abbiamo visto, quindi, come il cocktail dell’Aiutante Oste articoli uno sull’altro due tipologie diverse di calore. Ci rimane da mostrarne l’ultima. Per fare ciò, però, bisogna adesso lasciare da parte il livello degli effetti fisici del drink, quello delle immagini che si articolano in lui, e passare finalmente, per la somma gioia di chi ha avuto la pazienza di leggerci, alla preparazione e degustazione del cocktail. Entriamo, dunque, nel vivo della preparazione.

Questa è di per sé molto rapida, anche se va sottolineato che alle spalle di qualsiasi drink, anche di quello più veloce da prepararsi, vi è sempre una progettazione: ad esempio, svariati tentativi non riusciti che non possono essere appiattiti sul tempo della sua concreta esecuzione. E il 33 gradi non fa certamente eccezione. Ad ogni modo, per prima cosa mi viene poggiata di fronte una tipica tazza da tè bianca e, a fianco ad essa, un bricco. La prima viene quindi riempita di acqua bollente. E qui il nostro non può esimersi dal farci partecipi del III principio di Minchiotele: “Un contenitore riempito con un liquido caldo si riscalda a sua volta.”. Dopo una tale perla di sapere non comune, l’Aiutante Oste versa nel bricco 60 ml di un liquido rosso che è la risultante della miscelazione, dell’ebollizione per cinque minuti, e del successivo filtraggio di questi ingredienti: “mezzo litro di Aglianico, zucchero caramellato, limone tagliato a rondelle, zenzero, cannella, chiodi di garofano e infine cachaça.”. A questo composto, poi, aggiunge 37,5 ml di Elixir 33 (“una tipologia di rum particolarmente aromatico”).

Qualcuno potrebbe chiedersi perché proprio questa proporzione di rum, perché proprio 37,5. Vi posso solo dire che una volta interrogato su questo il nostro ci ha risposto: “Perché 37 è poco e 38 è troppo.”. Sì, l’Aiutante Oste è un vero mattacchione. Comunque, dopo i due ingredienti sopra richiamati, vengono versati infine 60 ml di acqua calda. Fatto ciò, l’Aiutante Oste aiutandosi con il suo Bar Spoon dà una decisa miscelata al tutto. La tazza che era stata in precedenza riempita viene, quindi, svuotata per poter fare posto al contenuto del bricco. Il drink è quasi pronto adesso. Ultimo tocco una spremuta di oli essenziali di limone e una guarnizione composta da una ciliegia al maraschino ed una buccia di limone trapassati da uno spiedino ed immersi nella tazza. Ora, quest’ultimo elemento può sembrare privo di importanza e anche noi non glie ne avremmo data se il nostro non ci avesse consigliato di assaggiare la ciliegia solo dopo aver fatto i primi due o tre sorsi così da lasciarle il tempo di assorbire più sapore possibile dal drink. Accettiamo naturalmente il suggerimento e iniziamo la nostra degustazione. Il primo sorso, come avevamo accennato in precedenza, ci riporta alla mente il Glühwein. La sensazione di calore è praticamente la stessa ed anche il gusto potrebbe sembrare identico. Ma nel 33 gradi, in realtà, il sapore forte e un po’ acidulo del vino sboccia in una dolcezza inaspettata. È la cachaça. All’inizio è veramente una nota molto delicata attorniata da tutte le spezie e dalla robustezza del vino. E tuttavia, man mano che si prosegue nella degustazione e che congiuntamente il cocktail comincia a raffreddarsi la sua presenza si fa sempre più decisa. Ed è qui che troviamo il terzo ed ultimo livello in cui il calore si trova ad agire nel drink dell’Aiutante Oste.

Difatti, se in precedenza lo abbiamo visto essere collegato alla qualità che una bevanda ha di riscaldare fisicamente, se abbiamo anche potuto vedere in che giochi di immagini era implicato, adesso possiamo mostrare che esso funziona nel 33 gradi anche come una specie di vettore temporale. E ciò perché, come ci sottolinea anche l’Aiutante Oste, “a mano a mano che il cocktail si raffredda cambia anche il suo sapore. Alcuni ingredienti che all’inizio erano poco percepibili divengono poi sempre più forti.”. Il calore del 33 gradi o, meglio, il suo progressivo dileguarsi, a questo livello, quindi, è ciò che garantisce un certo percorso temporale del drink e del gusto che se ne può ricavare. E in tal senso la ciliegia al maraschino ha davvero un posto importante o, almeno, ne ha avuto uno speciale per noi. Perché avendola addentata praticamente quando ormai era già stata bevuta una metà del cocktail essa ha potuto sottolineare ancora di più il passaggio da un sapore del drink in cui l’Aglianico e le spezie erano i protagonisti indiscussi (mettendo anche un po’ in ombra la cachaça e facendo addirittura dimenticare l’Elixir 33) a quello in cui invece era ormai il liquore brasiliano il corpo maggiore e il vino e gli aromi la nota sfuggente. La piccola perla rossa, difatti, nel suo rimanere adagiata nella tazza non ha potuto fare a meno di impregnarsi del gusto forte del vino. E ciò, quando l’abbiamo addentata, nel momento in cui il 33 gradi si stava raffreddando, dando il via come si è già detto ad una diversa configurazioni dei sapori, ha ridato per un attimo una vita molto effimera all’Aglianico. Il che, però, proprio per le note caratteristiche zuccherine della ciliegia, le quali di per sé rinforzano e richiamano la dolcezza della cachaça, non ha potuto che essere come un ricordo. Utile solo, grazie alla mancanza che simboleggia, a rinforzare la nuova situazione dei sapori. Sembrerebbe essere tutto.

E invece vi è un’ultima sorpresa: l’Elixir 33. Questo, quando ormai si è giunti quasi alla fine del drink, e solo a questo punto, regala una nota molto fruttata e piacevole. Esso è come un saluto che può essere ricevuto solo dopo che si è passati, e ci scusiamo per il gioco di parole, per i vari gradi del 33 gradi. Quando, in sostanza, dopo aver all’inizio ricevuto la forza del vino smorzata dalla dolcezza del liquore brasiliano, dopo aver assistito al cambio di ruoli intermedio tra la cachaça da un lato e l’Aglianico e le spezie dall’altro, il drink del nostro non può fare altro che concludersi con un sapore che finalmente si ferma. Ma queste sono solo le nostre impressioni. A chi vorrà gustare per conto proprio (cosa che consigliamo) il 33 gradi il compito ed il piacere di esplorarlo con gli strumenti che riterrà più opportuni.

Buona bevuta!

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