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La declinazione dei sogni

La declinazione dei sogni

“Finalmente un sogno per il quale vale la pena continuare a dormire.”
Se ne stava disteso su una bellissima spiaggia tropicale circondato da meravigliose ragazze con le ali, tipo quelle modelle strafighe alle sfilate di Victoria Secret’s, che danzandogli intorno in costumini succinti gli lanciavano sguardi ammiccanti. L’unico problema era che, mentre se ne stava beatamente sdraiato sulla sua asciugamano, godendosi lo spettacolo e lasciandosi trasportare da quella danza ipnotica, stava appunto pensando al fatto che si trattasse di un sogno, bello sì, ma pur sempre solo un cazzo di sogno.

Perché non mi succede mai con gli incubi?

“Ma perché dovevo accorgermi di sognare proprio adesso?”, pensò mentre era ancora immerso in quel vortice di bellezza, “Sarà stato per quel fatto delle ali. Troppo poco realistiche”. Eppure le ragazze avevano tutte le loro cose al posto giusto: sorrisi perfetti, tette sobbalzanti e sederini immobili su gambe agili e toniche. Non riusciva a farsene una ragione. “Perché non mi succede mai con gli incubi?”, recriminò.
Le ragazze gli si avvicinarono circondandolo. Con lo sguardo fisso nei suoi occhi iniziarono a carezzargli il petto e a sussurrargli frasi incomprensibili alle orecchie. Era eccitato. La sabbia sotto l’asciugamano iniziò a farsi molle, cedevole e questo voleva dire soltanto una cosa: che la coscienza stava per fare il suo ingresso trionfale nella sua testa spezzando quel sottile filo che lo teneva ancora legato al mondo onirico. Provò con un ultimo sforzo a pensare che non si trattasse solo di un sogno, che quella fosse la realtà, quella vera, e mentre l’asciugamano scivolava nel vuoto risucchiandolo avvertì un leggero soffio sul collo.

Si trovava ancora nel sogno o era qualcosa che arrivava dal mondo reale?
Ad un tratto gli occhi gli si spalancarono incontrando il buio.
Molto probabilmente era la moglie rientrata da lavoro. Allungò la mano sulla destra del letto, ma il materasso era ancora freddo. Si voltò verso il comodino alla sua sinistra ma la radiosveglia segnava le 3.33. Era ancora troppo presto; la sua infermiera personale non avrebbe terminato il turno di notte all’ospedale prima delle 5.00.
Gli occhi non si erano ancora del tutto abituati al buio della stanza e la leggera miopia non lo stava di certo aiutando. Si soffermò a fissare per un tempo indefinito quella parte di soffitto colpita dalla luce della notte che filtrava dalle veneziane. I bastoncelli sembrava avessero iniziato a fare il loro dovere e tra le ombre aveva anche cominciato a distinguere le sagome familiari degli oggetti che lo circondavano. L’armadio alla sua sinistra, la lampada tiffany sul comodino della moglie ed il quadro appeso alla parete di fronte. Un paesaggio marino: onde blu che si infrangono su scogli color muschio che sfumano verso il grigio.

A luce spenta tutti quei colori non emergevano dalla tela ma la sua attenzione fu attratta da un altro particolare: al centro della tela, proprio nel punto dove le onde, alzando la cresta, formavano un arco perfetto di schiuma spumosa, c’era una macchia scura. Cioè, gli era parso di vedere una macchia scura, ma doveva trattarsi sicuramente di un effetto ottico dovuto alla condizione di buio, come un’ombra riflessa sull’olio della tela. Si guardò intorno cercando subito di individuarne la fonte, si sistemò meglio la coperta sotto al mento ed immobile continuò a vagare con lo sguardo nel buio della stanza.

ma la macchia era ancora lì, nello stesso identico punto dove l’aveva notata…

La casa stava esprimendo al meglio la sua condizione di assenza. Attraverso la porta della camera da letto poteva portare lo sguardo fino al soggiorno ma ad attenderlo c’erano soltanto altro buio, tenui e confusi riflessi sulle superfici lucide e silenzio.
La luce della notte che si rifletteva su quella porzione di soffitto in corrispondenza della finestra si era leggermente spostata verso di lui. Portò di nuovo lo sguardo al centro della tela convinto che anche quello strano effetto sulla superficie del dipinto si fosse spostato, ma la macchia era ancora lì, nello stesso identico punto dove l’aveva notata la prima volta, come un ammasso indefinito di colori ad olio fusi tra di loro, un piccolo vortice di antimateria.
Richiuse gli occhi pensando, “Addormentati, Addormentati. Torna alla spiaggia, torna dalle ragazze con le ali.”.
A volte ci riusciva. Gli era capitato in passato di riaddormentarsi e continuare il sogno precedente lì dove lo aveva lasciato poco prima di svegliarsi, ma niente, questa volta non voleva proprio funzionare. Con il passare dei minuti constatò che non era solo il fatto di tornare al suo vecchio sogno a non funzionare ma anche il solo riaddormentarsi a risultargli difficile. Spalancò di nuovo gli occhi e lo sguardo andò direttamente al quadro. Quell’ombra, quella macchia indefinita in corrispondenza del punto di frangimento delle onde era sempre lì. Dalla strada non proveniva alcun suono, nessun cane che abbaiava, nessun rumore di ruote che stridevano sull’asfalto, tutto sembrava fermo, immobile. Il cuore aveva iniziato a battergli più velocemente nel petto, sempre con maggiore forza, tanto da essere l’unica cosa che si sentisse in quella stanza. “Che si trattasse di un altro sogno?”, pensò, “Un sogno nel sogno, come in quel film là ..”, iniziò a scavare tra le curve della memoria, “.. come si chiamava, Inception!”, ricordò, mentre sul volto si delineava un’espressione compiaciuta. Lo stato di fibrillazione sembrava essere rientrato. Aggiustò il cuscino girandosi su un lato, ma ancora nulla, il sonno non voleva proprio fare il suo dovere.

Cercò a tentoni l’interruttore della lampada sul comodino ed accese la luce. Strinse gli occhi feriti da quel lampo improvviso, i fotorecettori erano andati in confusione. Inforcò gli occhiali da vista e dopo una rapida operazione di messa a fuoco, con suo grande sollievo, appurò che le onde sul quadro stavano continuando a formare enormi archi immobili d’acqua salmastra impressi su tela da pigmenti altamente concentrati impastati con olio di semi di cartamo.
“Pfff!”, tirò un profondo sospiro di sollievo.

…e questa volta sembrava quasi lo stesse osservando

Non capiva come una cosa così stupida avesse potuto provocargli così tanta ansia. Doveva essere stato a causa di qualcosa che aveva mangiato. Spense la luce e pensò ai due, forse tre bicchieri di vino che aveva buttato giù prima di andare a letto e diede un ultimo sguardo alla tela prima di riaddormentarsi.
La macchia era di nuovo lì, e questa volta sembrava quasi lo stesse osservando.

Si tirò su di scatto schiacciando la schiena contro la testiera imbottita del letto e riaccese subito la luce.
Gli occhi, questa volta, si adattarono alla nuova condizione molto più velocemente e niente, il quadro era una perfetta rappresentazione di un mare in tempesta.
Spostò le coperte deciso a vederci chiaro in quella storia. Si infilò le ciabatte e si diresse verso la parete di fronte per dare uno sguardo alla tela da vicino.
Mentre si avvicinava all’oggetto misterioso si guardò intorno alla ricerca di qualcosa che potesse intralciare il percorso della luce che al buio trapelava dalle veneziane proiettando la propria ombra sul quadro. Spostò la sedia sotto la finestra carica di maglioni ed altri vestiti accatastati alla rinfusa e spostò la statuetta del Buddha che faceva bella mostra di sé sul comò sotto al quadro. Avvicinò il volto a quell’opera più di quanto avesse mai fatto prima, lentamente, cercando di tenere sempre a fuoco le immagini alla ricerca di un qualche elemento estraneo che si nascondesse tra le onde o nelle profondità di quel mare dipinto. Quasi si aspettava che qualcosa potesse sbucare da un momento all’altro squarciando la tela e facendolo trasalire.

Niente. “La mente a volta gioca brutti scherzi.”, pensò, “Mi sono lasciato suggestionare da un sogno!”, perché solo di quello si poteva trattare, una suggestione. In pratica quello che aveva creduto di vedere non era altro che un concentrato di ombre appartenenti a quel mondo dei sogni dal quale evidentemente non si era ancora del tutto distaccato. “Sarà colpa della stanchezza!”, pensò ritornando a letto. Spense la luce e tirò di nuovo le coperte fino al mento cercando di trovare una posizione che gli conciliasse il sonno.
“Addormentati, addormentati, una pecorella, due pecorelle, tre pecorelle … centoventuno pecorelle!”
Quello che all’inizio era solo un dubbio si tramutò presto in un pensiero costante che virò velocemente verso la strana e angosciante sensazione di essere osservato da uno sconosciuto.

doveva farlo, alzarsi ed affrontare i suoi dubbi…

Avrebbe potuto restare così, sotto le coperte e tirare avanti fino alla mattina, avrebbe potuto provare a rilassarsi, fare dei respiri profondi ed attendere l’arrivo della moglie, qualcosa di reale che finalmente gli facesse capire di essere del tutto sveglio, ma quel pensiero lo stava tormentando come carboni ardenti sotto ai piedi, solo che quel calore si era insinuato nella mente come una febbre e bruciava, bruciava e non lo lasciava ragionare. Anche le coperte erano diventate bollenti, così le tirò giù scoprendosi del tutto. Stava sudando ed anche il lenzuolo sotto di lui non era più un luogo accogliente. La verità è che voleva rialzarsi ed il suo corpo gli stava lanciando dei chiari segnali. Doveva farlo, alzarsi ed affrontare i suoi dubbi. Cosa ci faceva ancora lì raggomitolato su quel materasso?
La curiosità aveva preso il sopravvento.

Si tirò su attraversato da un senso di vertigine. Poggiò i piedi nudi sul pavimento, cosa che gli regalò un’inaspettata sensazione di piacere, e senza accendere la luce si voltò a fissare il quadro misterioso.
La macchia era lì, immobile, e sembrava che lo stesse aspettando.
Fece i primi passi senza nemmeno accorgersene. Si sentiva paralizzato, le gambe pesanti come due pilastri di cemento, eppure quel dipinto gli appariva sempre più vicino. I battiti del cuore avevano cominciato a rallentare ed il fiato gli era rimasto incollato alla gola. Non capiva come facesse ancora a respirare o a muovere dei passi verso quel quadro.
Una strana quanto sconosciuta forza interiore lo stava spingendo verso un risultato dalla duplice valenza. Avrebbe ottenuto una gratificazione, sì, un puro momento di sottrazione dall’assoggettamento. Di sicuro si sarebbe tolto un peso, avrebbe ottenuto una risposta e forse anche la libertà ma allo stesso tempo avvertiva che quella stessa forza lo stesse guidando verso un vincolo indissolubile. Quale prezzo avrebbe dovuto pagare?

Man mano che si avvicinava, che gli occhi si abituavano all’oscurità e la visione scotopica iniziava a funzionare gli parve di notare all’interno della macchia un lento movimento circolare. Era come un piccolo vortice di petrolio che ruotava lento verso l’interno dell’intelaiatura. Un andamento oleoso, viscido ed ipnotico allo stesso tempo.
Ancora qualche piccolo passo e sarebbero stati l’uno di fronte all’altro. “È solo un sogno, è solo un sogno”, ripeteva mentalmente come un mantra. Finalmente stava fissando il buio concentrato all’interno della misteriosa macchia comparsa sul quadro, solo che adesso gli sembrava fosse diventata molto più grande di prima.
La sua mente iniziò ad inanellare una veloce quanto confusa sequenza di pensieri senza un evidente filo logico. Sentì delle voci estranee esprimersi in una lingua a lui sconosciuta, accavallarsi ed intrecciarsi ai suo pensieri originali. Provò a concentrarsi, “se guardi troppo nel buio ….”, facendo resistenza.
“Tumpf!”

Qualcosa era andato a sbattere con violenza contro le veneziane facendogli distogliere lo sguardo. Forse si trattava di un piccione. Non era la prima volta. Fece un passo verso la finestra come per andare a controllare cosa era successo quando sentì il cancello automatico del vialetto aprirsi, ritornò sui suoi passi voltandosi verso la porta della stanza da letto, ma nel girarsi il suo sguardo incrociò di nuovo il vuoto di quel vortice di oscurità rimanendone impigliato. Sentì il motore della macchina di sua moglie che entrava nel vialetto e la macchia stringersi rapida attorno al suo corpo con sottili denti affilati come lame di rasoio, infilzandogli le carni e risucchiandolo nel buio assoluto.
“È solo un sogno, è solamente un sogno!”

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