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Non c’era che lei lungo la strada sbilenca. Un fungo nero, un’escrescenza pallida racchiusa da ombre. Lei e il suo cappello uguale a quello della scrittrice francese.

Ebbi un sussulto quando la vidi. Pensai subito: è tetra. Nella macchina faceva caldo ma non potei fare a meno di tremare, sforzandomi di incollare le mani al volante nella posa ridicola che mi avevano insegnato a scuola guida. Per un momento il respiro s’interruppe. Riprese quando vidi un braccio innaturalmente lungo sollevarsi verso di me.

Il pollice alzato chiedeva di fermarmi.

Non c’era che lei, ripetei a me stesso, e poi c’ero io. Contro la mia volontà cominciai a rallentare giocando coi pedali. Fuori la strada storta s’andava incupendo sotto i colpi del buio e del vento, canto del cigno del nitore prima dell’avvento della notte invernale.

La donna fungiforme parve percepire il cambio di velocità, perché la vidi sporgersi – e allungarsi – oltre il ciglio irregolare della banchina. Ora non ho più scelta, mi dissi. Sbuffai attraverso l’aria satura e rovente dell’abitacolo e diedi inizio alla frenata. Nello stesso momento scorsi il fungo nero ritrarsi per attendere e fu come se ne avessi avvertito il sollievo.

Il cono dorato dei fanali andò a rubare parte dell’ombra che la fabbricava. Quando una volta fermo pigiai il tasto per abbassare i vetri, il soffio gelido che penetrò all’interno mi congelò addosso uno strato di sudore che ignoravo di portare. Lo sentii crescere come un fiume alla foce nell’istante in cui il volto della donna s’incorniciò nel finestrino.

Veste un profondo lutto, fu il pensiero con il quale la mia mente ribaltata tentò di giustificare la visione. Perché quel volto sembrava venire fuori da un tumore. Punta di bianco nel nero, labbra livide e strette, occhi celesti e troppo larghi, la faccia non emise voce né suono: si limitò a poggiarsi un indice oblungo fra il naso e la bocca. Le sue unghie erano lame sporche.

Allora capii, mi pentii, accelerai. Troppo tardi, recitò la nuvola di oscurità che riempì come fumo denso lo spazio tutt’intorno. Così accadde che il tumore entrò e si sedette al mio fianco, approvato da un mondo improvvisamente fattosi tenebra totale.

Quella strana figura aveva il corpo di un umano e la sottigliezza di un fantasma. Con gli occhi impazziti riuscii a fissare solo una porzione del suo orrore: le mani lunghissime con gli artigli macchiati di miseria e i rami verdi delle vene bene in vista.

Ti prego, ricordo di aver detto. Ma la donna non parlò, non fiatò mai. Alzò di nuovo le sue lame, indicò la strada, tornò a sfiorarsi il grembo. E l’auto sussultò, come avevo fatto io, percorsa da un’energia organica che non le apparteneva.

Impietrito e ghiacciato, ingranai per ripartire. La macchina mi assecondò senza esitare; e lo fa ancora. Da allora non ho mai spento il motore, né sono sceso. Intorno ci sono alberi, dune verdi, profili scuri di montagne lontane, pronti a ripetersi a non finire. E lei mi guarda e con le mani ordina di proseguire, e io obbedisco. Da anni, secoli, millenni. Troppi per saltare, scappare, tornare indietro.

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