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Il coraggio di cambiare

Il coraggio di cambiare

Da quando era rimasta bloccata nell’ascensore di casa dei suoi, all’età di circa dodici anni, Lia non era mai più riuscita a farne uso. Ogni volta che andava a trovare qualcuno a casa o che doveva recarsi in un ufficio, o dal medico o entrare in qualunque altro edificio, preferiva prendere le scale. Da piccola era molto pigra; un po’ per indole, un po’ per l’iperprotettività dei suoi. Non amava fare sport, non amava alzarsi presto la mattina e non amava nemmeno fare lunghe passeggiate o muoversi a piedi in generale. Dunque faceva sempre un uso smisurato dell’ascensore, pure si trattasse di un solo piano. Un giorno era con sua madre, di ritorno dal supermercato. Era passata da poco l’ora di pranzo di una calda giornata di fine luglio. Le scuole erano ormai chiuse e molti uffici anche. Così, la maggior parte dei palazzi incominciava a svuotarsi a causa della partenza per le vacanze.

Faceva davvero molto caldo e, si sa, quando il tempo impazza così, può succedere di tutto. Specialmente che i cavi di un vecchio ascensore vadano in corto circuito e ne causino il blocco. E così fu. Lia e sua madre avevano appena finito di caricare le buste della spesa e spinto il pulsante, quando di colpo si sentì un brusco scatto e la luce si spense. Rimasero come impietrite e cacciarono entrambe un urlo di spavento. All’improvviso si sentì un nuovo scatto e sembrava che l’ascensore avesse deciso di ripartire. Invece no, solo una leggera oscillazione verso il basso e poi risalì di nuovo allo stesso punto di prima, immobilizzandosi definitivamente. Lia e sua madre, sconvolte, tentarono di chiamare aiuto urlando, ma sapevano bene che era tutto invano: i pochi condomini rimasti ancora in città si trovavano al lavoro a quell’ora e il portiere faceva il servizio solo per mezza giornata, fino all’una, ma erano ormai le tre e mezza. I loro telefoni erano entrambi fuori uso per ovvia mancanza di campo, ma poco importava, dal momento che non avevano proprio nessuno da chiamare. Il padre di Lia era morto un paio di anni prima e lei e sua madre vivevano ormai da sole nell’appartamento di quel vecchio palazzo, con quel vecchio, dannato ascensore.

Passarono ore, trascorse a mangiare e a bere quel poco che avevano nelle buste della spesa; Tuttavia, l’aria cominciava a mancare e la sensazione di soffocamento da spazio chiuso iniziava ad assalirle sempre di più. Poi, finalmente, verso le otto di sera, qualcuno udì le loro urla e i loro colpi contro la porta dell’ascensore. Era il Signor Masi, del terzo piano, che era rientrato tardi dal lavoro e aveva subito chiamato il pronto intervento.

Quando uscirono, per poco non gli si gettarono ai piedi per ringraziarlo. Avevano davvero temuto di restarci secche…!

Dopo quella tragica esperienza, Lia aveva deciso di chiudere definitivamente il suo rapporto con gli ascensori. Ogni volta che ne vedeva uno, riviveva quell’antica angoscia provata in quell’assurdo pomeriggio estivo. Aveva anche tentato di superarla, ma non ce l’aveva mai fatta. Si era posizionata più volte di fronte a molti ascensori, aveva fatto tre lunghi respiri e sembrava pronta a varcare la soglia, ma non appena la porta si apriva, una fastidiosa sensazione di ansia la pervadeva. Incominciava a sudare freddo e ad avere le palpitazioni. E allora si tirava indietro.

Così si era rassegnata, anche se in molte situazioni le creava qualche disagio. A lei e a chi le stava accanto. Ossia a Valerio, il suo compagno. Erano tre anni che stavano insieme, e nonostante avesse ormai accettato la cosa, certe volte perdeva ancora la pazienza. Quando si trovavano nei grandi alberghi, per esempio, e lui era costretto a percorrere le lunghe scalinate a gradini alti che di solito erano l’alternativa obbligata all’ascensore. Oppure quando negli ultimi tempi, a causa di una caviglia slogata che la costringeva ad usare temporaneamente le stampelle, gli toccava scendere a prenderla ogni volta che passava in ufficio, la sera, per aspettare che lui avesse terminato il lavoro, e andare, poi, a cena insieme da qualche parte nelle vicinanze. Scendeva con l’ascensore e risaliva per la lunga scalinata insieme a lei.

Valerio amava molto Lia, e così aveva accettato questo suo disagio. Si erano conosciuti tre anni prima durante una vacanza estiva ed era scattata subito la scintilla. Dopo soli tre mesi, infatti, erano andati a convivere. Fin dall’inizio erano diventati inseparabili e per lungo tempo sembrarono come blindati nella loro armonica unione.

Da un po’ di tempo però le cose erano cambiate: non parlavano molto, se non del più e del meno, e uscivano di rado. Anche i momenti intimi erano diminuiti. Non litigavano spesso, ma erano come lontani. Lia, in particolare, avvertiva la pesantezza con cui Valerio stava dietro alle sue problematiche. Non aveva più pazienza, sbuffava spesso quando doveva aiutarla e quando lei cercava di farglielo notare, lui negava per non dover affrontare il discorso. E poi aveva quello strano modo di trattarla quasi come fosse una amica e non la sua compagna. Era protettivo come sempre nei suoi confronti, ma lo faceva con un certo distacco. Come se dovesse sempre mantenere una certa distanza di sicurezza.

Lia sapeva bene che non era facile starle dietro. Il problema non era solo la sua fobia, ma tutti i tormenti che caratterizzavano la sua complessa personalità. Era un anima inquieta Lia, e non era sempre facile capirla. Ma cavolo, lui che la conosceva più di chiunque altro, doveva saper accarezzare le sue fragilità senza giudicarla. Sapeva benissimo che a trentacinque anni suonati era forse il caso di affrontare una volta per tutte le proprie paure e porre fine a questa storia. Ma doveva sentirsi pronta, doveva attendere che maturasse dentro di sé la spinta ad agire. E doveva avvenire in modo spontaneo.

Qual momento finalmente arrivò. Un giorno, dopo una furiosa litigata, Valerio andò via di casa. Era la prima volta che capitava una cosa del genere. Le poche litigate che avevano fatto si erano sempre risolte in quattro e quattr’otto, senza troppi casini. Ma questa volta no, questa volta Valerio era stanco di lei e delle sue paturnie. Era stanco di farle da balia, diceva, era ora che si comportasse da donna e che rimettesse un po’ di ordine generale nella sua vita. Lia era rimasta molto ferita da quelle parole, perché era sicura dentro di sé di aver sempre fatto in modo di essere meno fastidiosa possibile per lui. E così, a malincuore, lo aveva guardato sbattersi la porta alle spalle senza proferir parola.

Passarono due settimane e Valerio non aveva mandato neanche un sms. Silenzio totale. Lia non sapeva come comportarsi, non sapeva se era il caso di chiamarlo o di lasciare che passasse altro tempo. Era tanto che le cose non andavano fra di loro, ma lei lo amava ancora molto e l’idea di perderlo per sempre la faceva stare troppo male. Passò qualche altro giorno, dopodiché ebbe un lampo di genio: l’unico modo per poterlo riconquistare era quello di dimostrargli che si sentiva finalmente in grado di affrontare le sue paure e di superarle. Era sicura che se Valerio avesse assistito a un cambiamento così radicale da parte sua, le cose sarebbero tornate come erano. Così,il giorno stesso si fece bella e decise di passare in ufficio da lui per fargli una sorpresa. Sarebbe passata verso sera, poco prima della chiusura, come facevano di solito. E poi sarebbero usciti a cena insieme. Ma questa volta, lui non sarebbe dovuto scendere a prenderla come sempre. Questa volta Lia sarebbe salita con l’ascensore. Avrebbe superato la sua paura per lui.

Detto fatto, prese un taxi e si recò davanti all’ufficio di Valerio: si trattava di una grossa società finanziaria, situata in uno di quei palazzi d’epoca nel centro della città. Una volta entrata, dopo pochi passi, si ritrovò di fronte all’ascensore. Era uno di quegli ascensori antichi, con i bordi in ottone e, con il cancello interno e addirittura il posto a sedere. All’improvviso, iniziarono i ripensamenti. E se si fosse bloccato a metà? E se si fosse ritrovato di nuovo in una tragica situazione come quella di tanti anni prima?

Ovviamente Valerio non sapeva del suo arrivo, poiché aveva intenzione di farle una sorpresa. Quindi aveva tutto il tempo per prepararsi psicologicamente. Fece un paio di passi indietro, poi tirò alcuni sospiri e infine spinse il pulsante. La porta si aprì.

Il cuore di Lia cominciò a palpitare e qualche goccia di sudore le colò sulla fronte. Si avvicinò piano piano, poi d’un tratto balzò dentro con uno scatto, nonostante la caviglia le dolesse ancora un po’, anche se era quasi del tutto guarita.

La porta si richiuse alle sue spalle. Rimase immobile per qualche secondo, mentre continuava a salirle l’ansia, e per un attimo fece quasi per ripensarci. Ebbe l’istinto di voltarsi e scappare fuori. Ma si ripeteva: “devo farcela, devo farcela per lui”. Così, prese coraggio e spinse il pulsante del piano. L’ascensore partì mentre Lia continuava a respirare profondamente, rannicchiata per terra in un angolo. Erano pochi piani ma le sembrarono mille. Ogni tanto perdeva il controllo e lanciava qualche gridolino, ma non mollava. Si sforzava di rimanere immobile e di non pensare a nulla. Finalmente l’ascensore si bloccò e la porta si aprì: era arrivata. Ce l’aveva fatta. Aveva vinto la sua paura più grande, una volta per tutte.

Quasi si lanciò fuori dall’ascensore. Non vedeva l’ora di poterlo dire a Valerio. Si precipitò subito verso la sua stanza, che di solito era sempre ben chiusa per non avere distrazioni. Questa volta però era aperta quasi fino a metà. Il che era strano. Forse perché era ormai vicino l’orario di chiusura, infatti le altre stanze erano già tutte vuote. Lia si avvicinò pian piano, e man mano che avanzava, trovava in terra una scia sempre più fitta di vestiti prevalentemente maschili; continuò a seguire il percorso e si trovò lei stessa di fronte ad una sorpresa. Una molto più inaspettata della sua: due uomini completamente nudi giacevano addormentati sul piccolo divano di fronte alla scrivania. Abbracciati l’uno all’altro; l’uno con la testa appoggiata sul petto dell’altro. Proprio come piaceva a Valerio.

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