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Era solo questione di tempo e forse nel borgo dalle case grigio perla, coi tetti di tegole grezze incastonati fra montagne e nuvole, sarebbe arrivato il fenomeno misterioso che da mesi ormai circolava non solo in alcuni paesi a valle, ma anche in qualche centro distante centinaia di chilometri. Nella piazza vagamente esagonale, confinante con un campo di papaveri, c’era il farmacista, un bar-tabacchi e la chiesa di pietre bianche che in cima aveva un grande crocefisso ligneo variopinto. Ogni domenica, sull’acciottolato liscio e lucido si radunava un numero nutrito di persone, perlopiù anziane, dedite alla confezione di ceste e cestini in paglia o all’allevamento di ovini. Si conoscevano tutte e incontrandosi si scambiavano sempre sguardi prolungati e sorridenti.

Per puro caso, Vito aveva appreso che in città alcuni abitanti erano stati colpiti da quel morbo sconosciuto che, man mano, portava a perdere la memoria delle parole, come risucchiate in un buco nero della mente, oppure le usavano in modo sbagliato. Seppe anche che molti, temendo l’imminente malattia, avevano iniziato a scrivere su una grande quantità di fogli le frasi di uso più comune e poi, fatti piccoli missili, si radunavano sui litorali per lanciarli in mare.

Nella sua mente erano riapparse le immagini della primavera di quasi vent’anni addietro, quando una devastante pandemia aveva colpito milioni di esseri umani, causando centinaia di migliaia di vittime in tutto il mondo. Imprigionate in casa per allontanare lo spettro del contagio, le famiglie avevano riacquistato lo smarrito senso del tempo che, di colpo, si era dilatato per la forzata sospensione. Finalmente vi fu uno spazio per le esigenze di tutti e si assaporò di nuovo la bellezza delle parole nel recuperato, intimo dialogo mentre fuori la natura si riappropriava dello splendore perduto, quasi per punirle e beffarsi della loro impotenza.

Non doveva stare molto a pensarci: anche stavolta si sarebbe allontanato con moglie e figli, nella speranza che quell’ignoto, nuovo male non li attaccasse. Poi, raggiunta la piccola casa in montagna, avrebbe iniziato a scrivere il diario della terribile esperienza a cui erano scampati, usando il maggior numero di parole possibile perché non si poteva rischiare di perderle. Ai suoi ragazzi, ignari di tutto, che gli chiedevano perché da un po’ di giorni era immusonito e malinconico, un giorno Vito disse: “Tranquilli, è solo per l’accumulo di stress. Ora abbiamo tutti bisogno di una pausa”, ma poi ci ripensò e rivoltosi al figlio maggiore, chiese: “Se un giorno potessi conservare solo il ricordo di poche parole, le sceglieresti dal tuo vocabolario delle emozioni o delle cose?”

“Non mi accontenterei di scegliere e, se non potessero più coesistere, credo che preferirei dimenticarle tutte” fu la risposta secca.

Agosto era cominciato da qualche giorno e per Vito le ferie, provvidenziali come non mai. Il nove del mese, di primo mattino, dopo avere sistemato valige di vestiario e scorte di viveri in abbondanza sul bagagliaio, la famiglia prese posto in macchina e lasciò la città. Durante il viaggio, a bordo vi fu silenzio assoluto: ciascuno, a suo modo, forse assorto in spunti per successive conversazioni, ma nell’arrivare a destinazione notarono un conoscente che agitava le braccia in segno di saluto. Vito gli si accostò con l’auto.

“Salve!” gli disse, sorridendo, ma l’uomo restò muto, con sulla bocca una smorfia triste da clown.

La sera l’aria era fresca e la piazza del borgo insolitamente animata. Da lontano provenivano canti di grilli mescolati all’eco di musica sacra; sui monti un’oscurità tale da fare paura, gremita di tante minuscole punte bianche.

“Guardate … in cielo!” si sentì esclamare a voce alta, da qualche parte.  

Uno ad uno, tutti volsero in alto lo sguardo, appena in tempo a osservare tre di quelle punte di spillo brillanti che, tra le esclamazioni di stupore, venivano giù piano per sparire, quasi subito, nel buio.

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